Uno spazio libero dal controllo asburgico per fare cultura e divertirsi, senza censure. Così il Teatro Sociale segna l’inizio di una nuova era.
Nel primo ventennio dell’Ottocento, le esigenze di autonomia della nascente borghesia mantovana si concretizzano nella costruzione di un luogo di cultura libero, privato e adeguato ai nuovi canoni teatrali: il Teatro Sociale. Il progetto dell’architetto Luigi Canonica, allievo del Piermarini con cui lavora al Teatro La Scala di Milano, vede la luce nel 1822, dopo sei anni di lavori. È realizzato in stile Neoclassico, secondo gli schemi più caratteristici del teatro d’opera italiano.
La sua costruzione viene fortemente ostacolata dal governo asburgico, ma i 90 palchettisti non rinunciano al loro progetto e si sobbarcano gli ingenti costi della fabbrica.
Tra i primi palchettisti troviamo padri e nonni di rivoluzionari e martiri per la patria, come don Enrico Tazzoli e Ippolito Nievo, ma anche molte donne, che si scostano dal concetto di angelo del focolare ed entrano in prima persona nella società. Nelle loro case si respirano ideali di libertà e vivacità intellettuale, per questo il Teatro Sociale diviene da subito simbolo del nascente patriottismo borghese in opposizione alla Restaurazione, che porterà ai moti indipendentisti del Risorgimento.
Tra gli artisti che contribuiscono alle decorazioni ad affresco, spicca il pittore Tranquillo Orsi, che decorò anche il Teatro La Fenice di Venezia.
Osservando la facciata del teatro si vede il portico a sei colonne sormontato da un frontone triangolare che conferisce alla struttura grazia, maestosità ed eleganza. Le statue nelle nicchie rappresentano Melpomene e Talia, muse della tragedia e della commedia e simbolo del teatro. Sono realizzate da Antonio Spazzi autore anche di alcune statue nella Loggia di Davide a Palazzo Te.

