Galleria degli Antichi

Nata per ospitare meraviglie

Direttamente collegata a Palazzo Giardino si trova la Galleria degli Antichi, detta anche Corridor Grande. Lunga 97 metri, con le sue ventisei arcate di pietra al piano della strada, è la seconda galleria in Italia per lunghezza dopo quella degli Uffizi a Firenze.

Edificata tra il 1583 e il 1586, ha la funzione di ospitare la collezione di antichità che Vespasiano acquista al suo rientro dalla Spagna. 

I pezzi della collezione verranno confiscati nel 1774 per volere dell’amministrazione austriaca e trasferiti all’Accademia di Belle Arti di Mantova. Oggi i marmi sono esposti a Mantova nella Galleria della Mostra in Palazzo Ducale e nel MACA – Palazzo di San Sebastiano.

Una lunga serie di rappresentazioni allegoriche  

Il lungo corridoio della Galleria degli Antichi è interamente decorato da affreschi, realizzati nel 1587 da Giovanni e Alessandro Alberti e da alcuni loro collaboratori, i quali dipingono le prospettive dei lati corti e le figure allegoriche delle pareti lunghe. Tra queste spiccano figure come la Vittoria, la Benignità, la Pace, le quattro stagioni e l’immancabile Cibele, già presente nel Teatro all’Antica, protettrice delle città fortificate. Sulla parete opposta, trovano spazio le Virtù Teologali – Fede, Speranza e Carità – assieme a quelle Cardinali: Giustizia, Temperanza, Fortezza e Prudenza. Completano il ciclo Fama e Pudicizia, oltre alle Arti Liberali, rappresentate da Geometria, Musica, Poesia e Astronomia.

La collezione di Vespasiano, tra arte classica e trofei di caccia.

Complessivamente il Museo di Vespasiano ospitava 50 statue, 160 busti e 80 bassorilievi, tutti di Età Classica. Tra di essi spiccavano i trofei di caccia: 20 palchi di corna furono ricevuti in dono dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, e Vespasiano li fa collocare nella Galleria degli Antichi, tra le statue e le epigrafi, a testimonianza del profondo legame che unisce il duca di Sabbioneta all’imperatore.

Tra gli oggetti di maggior pregio il fronte di un sarcofago risalente al II secolo d. C., comprato a Roma nel 1583, che narra il mito di Adone; il Satiro che suona, copia romana da un originale di Prassitele.

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